DA JAVA ALLE GILI ISLAND

L’itinerario classico

Da Jakarta alle Gili Islands via terra e mare
Da Jakarta alle Gili Islands via terra e mare
UN ITINERARIO ALLA SCOPERTA DELL’INDONESIA

Da Java alle Gili Island via terra e mare: in questo articolo vi propongo alcune tappe per un itinerario di 20 giorni/1 mese in Indonesia. E’ possibile prenotare le strutture una volta sul posto oppure pianificare l’itinerario nel dettaglio in anticipo e con mezzi di trasporto più comodi. A seconda del vostro stile di viaggio, a voi la scelta!

La prima volta che sono andata in Indonesia, nel 2010, sono partita da sola senza avere un itinerario preciso in mente, avevo giusto un’idea generale, proveniente dalla mia lettura di una vecchia Lonely Planet senza fotografie e di alcune chiacchierate via telefono e internet con il mio (allora) amico indonesiano Rizky.

Non mi sono preoccupata più di tanto di organizzare e ho preferito assecondare l’umore del momento, senza prenotare nessuna struttura né alcuna guida. La cosa, ha richiesto non pochi sforzi di adattamento, ma in quel momento era la scelta giusta per me.

Ho vissuto l’Indonesia giorno per giorno, prendendo quel che mi capitava e ricominciando da zero ogni mattina, nel bene e nel male. Questo itinerario è venuto da sé e può servire di spunto a chi dovesse approcciarsi con la cultura indonesiana per la prima volta! Ho provato un pò di tutto, dagli alberghi fatiscenti agli accoglienti homestay a conduzione familiare fino ai grandi resort con piscina. Lo stesso per quanto riguarda il cibo: ho mangiato dallo street food negli afosi warung tenda di Jakarta alle cene al volo servite nei treni locali fino ai ristoranti turistici illuminati da cento candele sulle spiagge di Bali. Ed è lo stesso approccio che consiglio a voi, se volete conoscere i mille volti dell’Indonesia e vivervela senza senza preconcetti!

La mappa che ho disegnato con l'itinerario percorso via terra da Java alle Gili Islands
La mappa che ho disegnato con l’itinerario percorso via terra da Java alle Gili Islands

Sono arrivata a Jakarta alle 3 di notte con un volo della Emirates da Milano, in grave ritardo sull’orario di marcia. Durante la corsa in taxi di notte non avevo ancora avuto modo di capire la città che si è spalancata ai miei occhi solo dalla finestra del piccolo albergo un po’ disastrato in Jalan Jaksa. Era l’alba ormai e il muezzin salutava dalla moschea il sorgere del sole con la sua preghiera recitata al megafono. Stava iniziando un nuovo giorno.

Jakarta è una città immensa, una metropoli surriscaldata, ingolfata dal traffico e infernale sotto molti punti di vista ma a saperla ben guardare è anche sbalorditiva, contemporanea, stimolante e piena di toccante umanità. Lo ammetto, non è facile amarla ma si può provare a farsi conquistare almeno un po’.

Ho dedicato qualche giorno, alla scoperta di questa metropoli e dei giardini botanici di Bogor, appena fuori città. Qui se sarete fortunati potrete vedere la Rafflesia Arnoldii, uno dei fiori più grandi del mondo.

Il Monas (Monumen National), simbolo di Jakarta

I giardini botanici di Bogor, in indonesiano Kebun Raya Bogor, si possono visitare in giornata, partendo e tornando la sera a Jakarta con i treni Commuter. Organizzando un tour privato in anticipo, è comunque possibile proseguire da qui direttamente verso la città di Bandung.

3. BANDUNG 

Inserisco questa tappa come facoltativa, per chi ha diverso tempo a disposizione e vuole vedere una Java meno turistica. Bandung è una grande città in stile coloniale, circondata da fresche piantagioni di tè e montagne vulcaniche. Facilmente raggiungibile in treno o autobus da Jakarta con circa 3 ore e mezzo di viaggio. Oltre alla città in se stessa, la bellezza di questo posto sono i panorami e le attività offerte dai suoi dintorni. L’ideale sarebbe arrivare a Bandung direttamente da Bogor con un driver privato attraversando il Parco Nazionale di Gede Pangrango e le vellutate coltivazioni di tè di Puncak

La tappa successiva e immancabile è la storica città di Yogyakarta, il cuore culturale e artistico di Java. Il viaggio in treno per Yogyakarta è stato piuttosto lungo (circa 8 ore) ma si è rivelato particolarmente piacevole in quanto, tagliando una grossa porzione dell’isola di Java, permette di vedere luoghi molto suggestivi e paesaggi bellissimi. Per arrivare a Yogyakarta da Jakarta o Bandung è possibile prenotare i treni in anticipo attraverso i portali locali: Tiket Traveloka.  Le carrozze che troverete a disposizione sono di tre classi: economy, executive e business, tutte molto comode e confortevoli. Noi abbiamo preso i biglietti direttamente alla stazione centrale di Jakarta Gambir trovando posto per pura fortuna, l’affluenza di viaggiatori su questi treni infatti è considerevole. A bordo del treno abbiamo trovato un delizioso servizio di ristorazione mobile: un carrello di metallo che percorreva a intervalli il corridoio portando, in piatti di ceramica bianca e posate di metallo: uova al tegamino, bistecche, insalate, verdure di ogni tipo. Una gioia per gli occhi e per il palato. 

Dopo circa 8 ore di viaggio e svariati piatti di ceramica svuotati, siamo finalmente arrivati a Yogyakarta.
Il sole era già tramontato da un pezzo e non avendo un albergo prenotato, ci siamo recati a piedi in Jalan Sosrowijayan, la via degli homestay e dei losmen, le piccole strutture a conduzione familiare. Dopo un paio di tentativi, abbiamo trovato un posto in un homestay di due piani affacciato sulla strada. Qui dietro la spessa porta di ingresso, al primo piano si schiudeva una camera semplice, con un mobilio classico in stile javanese il cui legno scuro intagliato faceva contrasto con il bianco delle grandi piastrelle in ceramica del pavimento. Sui letti sistemati con cura, erano disposti due guling, i tipici cuscini cilindrici indonesiani e dal bagno proveniva l’odore acre delle palline di naftalina, lasciate a manciate vicino alla base del lavandino. Quella sarebbe stata la nostra base per i cinque giorni che abbiamo dedicato alla visita della città e dei templi di Borobudur e Prambanan.

Il maestoso tempio buddista di Borobudur
Jalan Malioboro, nel centro di Yogyakarta e la Sultan House

Da Yogyakarta siamo partiti per un viaggio di due giorni non stop via terra e mare che ci avrebbe portato sulla costa sud di Bali.
Una mattina ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e siamo saliti su un minibus diretto a Probolinggo, per vedere l’alba nel momento in cui svela l’imponente bellezza del vulcano Bromo. La corsa, inutile negarlo, è stata piuttosto pesante e lunga, con qualche pausa negli autogrill, unica fonte di cibo fino a destinazione qualche snack imbustato di ignote marche asiatiche.
Una volta a Probolinggo, siamo saliti fino alle falde del cratere spento di Tengger, nel villaggio di Cemoro Lawang, dove abbiamo fatto una breve pausa di qualche ora in una casa affittata al momento da locali.
Alle 3,00 di notte ci siamo messi di nuovo in marcia con la jeep per prendere posto al punto panoramico più alto, sul monte Penanjakan, all’interno del Bromo National Park. Lì, al Sunrise Point, ci stava aspettando l’alba e l’apparizione del vulcano.

Il percorso da Yogyakarta a Probolinggo può essere effettuato anche in treno, con una sosta a Surabaya o diretto. Un’opzione più comoda e veloce è l’affitto di una macchina con driver privato, questo vi permetterà anche di decidere esattamente i tempi e gli orari in cui volete vedere il vulcano ed effettuare la salita. Molti driver e tour operator offrono anche pacchetti con inclusi hotel e tappa successiva al vulcano sulfureo Ijen. 

Il complesso dei vulcani fotografato dal monte Penanjakan
Il complesso dei vulcani fotografato dal monte Penanjakan
Il percorso da seguire per raggiungere i due vulcani Bromo e Ijen.
Il percorso da seguire per raggiungere i due vulcani Bromo e Ijen.

BANYUWANGI

Banyuwangi non è una vera e propria tappa, è un punto di appoggio per visitare le aree circostanti oppure luogo di passaggio per prendere il traghetto per Bali. Dopo la visita al vulcano Bromo, sia che scegliate di proseguire per Bali, sia che decidiate di scoprire un altro gigante naturale e cioè il vulcano sulfureo Kawah Ijen, dovete necessariamente raggiungere la città di Banyuwangi. 

La cittadina di Banyuwangi è raggiungibile via autobus oppure via treno dalla stazione di Probolinggo. Sulla mappa le ore di distanza via automobile/bus sono 5 e mezzo ma possono diventare tranquillamente più di 7.
Noi abbiamo scelto il pullman da Cemoro Lawang. Questa è un’opzione per chi non ha fretta perché il pullman, prima di partire, aspetta di essere quasi del tutto pieno mentre il conducente vi lascia in compagnia di un ottimo karaoke a un volume clamoroso. Se volete prendervela comoda e fare una sosta in più, Banyuwangi è un’area che si sta espandendo da poco al turismo, volendo è possibile visitare il Parco di Meru Betiri, situato in un’area limitrofa. Meru Betiri è una riserva naturale protetta che conserva ancora specie animali rare e in via di estinzione, come l’incredibile fiore della rafflesia e le volpi volanti giavanesi. Qui è possibile fare trekking nella giungla a piedi o con l’aiuto di una jeep. 

6. IL KAWAH IJEN

Se non siete ancora sazi di vulcani e la scalata al monte Bromo non vi ha scalfiti neanche un pò, potete partire per un’altra sfida. Quella del Kawah Ijen.
Al contrario di Bromo, quest’attività è assolutamente sconsigliata per i bambini e per chi non ha una buona forma fisica, sia a causa della maggiore difficoltà nel raggiungere la vetta che per i gas tossici emessi dal cratere del vulcano. Occorre infatti affittare una maschera per il viso ed essere fortunati nello scegliere un giorno senza vento (e pioggia). Per la visita all’Ijen si parte da Banyuwangi in jeep e si prosegue esclusivamente a piedi fino alla fine del percorso.
Una volta scesi dal vulcano, si rientra a Banyuwangi, dove è possibile fare una pausa o prendere il meritato traghetto per Bali!

Il cratere dell'Ijen (foto © Courtney Balaz-Munn) e un portattore di zolfo (© Niek van Son)
Il cratere dell’Ijen (foto © Courtney Balaz-Munn) e un portattore di zolfo (© Niek van Son)

L’imbarco dei traghetti per Bali è al porto di Banyuwangi: Ketapang.
Ci siamo arrivati dopo circa 7 ore di viaggio in pullman da Cemoro Lawang, concordando un prezzo forfettario per un biglietto omni-comprensivo fino alla destinazione finale.
La nostra unica fermata lungo la strada è stata in un warung-mensa, surriscaldato e affollato, che aveva come piatto della casa un torbido brodo bollente da cui emergevano ambigue frattaglie animali. Fortunatamente, vicino al parcheggio dei pullman, una simpatica famiglia del posto aveva da poco messo su un carrettino di street food specializzato in frutta. Il tempo di aspettare che sbucciassero e intagliassero abilmente i nostri ananas che eravamo di nuovo in viaggio.

Ho speso tutto il tempo del tragitto a osservare le campagne di Java Est, il duro lavoro dei contadini nelle risaie, la miseria che a tratti lasciava un segno agli angoli dei villaggi, le file di aquiloni in carta di riso appesi ai cavi d’acciaio, le bambine vestite a festa nei kebaya tradizionali, con il volto duramente truccato da un cerone bianco che sembrava resistere tragicamente all’afa.

Ci siamo imbarcati che era già buio. Affacciandomi alla balaustra del ponte potevo vedere solo dei flutti scuri che si avvicendavano ai lati dell’imbarcazione. Il tragitto è stato tranquillo e piacevole, a bordo era disponibile un bar, dove cenare romanticamente con una squisita confezione di instant noodles all’aroma di pollo, abilmente riscaldati al microonde.
Una volta attraccati al porto di Gilimanuk e scesi dal traghetto, un altro autobus ci stava aspettando per distribuirci nelle varie città selezionate di Bali.
Io volevo iniziare dalla costa sud e quindi siamo scesi nella città di Denpasar, l’ultima fermata.

Siamo rimasti a Bali dieci giorni, l’undicesimo giorno, salutavamo l’isola dal pontile del traghetto Ekajaya diretto a Lombok.

L'atmosfera di Bali
L’atmosfera di Bali

La traversata da Padangbai al porto di Lembar è durata quasi 6 ore. Sei lunghe ore seduti su scatole di cartone con lo stomaco in gola e i sudori freddi della nausea.

Siamo arrivati al Porto di Lembar che stava per scendere ormai la sera. I jukung, le piccole barche da pesca a bilanciere, si avviavano dolcemente verso la baia mentre un sole infuocato si scioglieva piano dentro una pozza rossa, risucchiato nelle profondità dell’oceano.
La nostra destinazione finale era Senggigi Beach, dove avremmo preso una stanza in un resort dimenticato a prezzi stracciati.
Questo anni fa, quando Lombok era ancora un’isola poco frequentata e conosciuta, con le strade di asfalto che all’improvviso diventavano ghiaia sotto le ruote dello scooter e le sue notti nere senza illuminazione artificiale, in cui era possibile vedere il ciglio dei sentieri solo grazie ai fanali delle auto di passaggio.

Adesso Lombok è un’isola in continuo fermento, il governo indonesiano ha puntato molto sul turismo di quest’isola, rendendo scalo internazionale il suo aeroporto già da qualche anno. L’aeroporto di Praya Lombok è collegato a Bali da voli di 45 minuti. 
Nuovi locali e nuovi resort, lungo l’oceano, sono inaugurati ogni anno e nuove spiagge e isolette sono scoperte costantemente dai viaggiatori di passaggio. L’attenzione dall’area di Senggigi si è spostata verso la costa sud di Kuta Lombok, con le sue belle spiagge dalla sabbia fine. 
Il punto focale resta sempre però il Rinjani National Park, il cuore dell’isola, con il suo vulcano, le sue cascate e la sua natura poco addomesticata.

L'isola di Lombok
L’isola di Lombok

Ho ringraziato il cielo di non avere valigie con me, quella mattina in cui siamo arrivati a Gili Air dal porticciolo di Lombok, Bangsal. La barca di legno si era fermata molto prima di raggiungere la riva e non avendo un ponte, era rimasta fluttuante sull’acqua a diversi metri dall’attracco. Siamo scesi in gruppo, turisti, mamme, bambini, anziani, gente del posto con ceste di bambù per il mercato, scatoloni di cartone, vassoi di uova, polli, tutti nell’acqua fino alle ginocchia.

Il viaggio era cominciato 20 minuti prima, quando finalmente dopo un periodo di attesa indefinito, la barca si era riempita all’inverosimile ed era stata finalmente spinta in acqua dagli skipper. Il mare era calmo e una pensilina di tessuto blu ci proteggeva dai raggi del sole, la barca perdeva l’equilibrio ad ogni impatto con le onde e i due skipper la bilanciavano con sollecitudine e perizia, in piedi rispettivamente sul bordo destro e sinistro dell’imbarcazione. Io ero accatastata con i cartoni dell’acqua minerale in un angolino.

Una volta all’asciutto, ci siamo infilati gli infradito e ci siamo incamminati sull’isola in una direzione casuale.
Pochi giorni ci sono bastati per esplorare tutte le isolette ma la mia preferita è rimasta la prima: Gili Air, con i suoi eccellenti curry di pollo.

Adesso le isole Gili sono facilmente raggiungibili da Bali anche con moderne fastboat oppure sempre da Lombok con motoscafi di compagnie private o charter boats dal porticciolo di Teluk e Bangsal a nord dell’isola. Oltre alle famose Gili Islands, nei dintorni di Lombok esistono altre Gili: le Gili del Sud e le Secret Gili, due belle alternative per chi preferisce sentieri meno battuti. 

Approdo a Gili Air
Approdo a Gili Air

RITORNO A JAKARTA

Il ritorno a Jakarta è stato programmato via aereo dall’ impiegata dell’ufficio turistico, situato nel resort dove avevamo la camera a Lombok. Silenziosa e avvolta nel suo hijab color crema, la ragazza aveva annunciato con voce imperturbabile che il prossimo volo disponibile sarebbe stato la mattina di due giorni dopo dall’aeroporto di Selaparang. Questo piccolo aeroporto adesso non esiste più, rimpiazzato dal Bandar Udara Internasional Lombok, l’aeroporto internazionale.

In un’ora e mezzo abbiamo raggiunto la capitale. Dopo tre giorni lasciavo l’Indonesia per tornare in italia e mentre mi voltavo a salutare il mio amico, non sapevo ancora che quello sarebbe stato solo un arrivederci.

Una giornata di pioggia a Jakarta
Una giornata di pioggia a Jakarta

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2 Comments

  1. Avatar Guirri
    10/09/2019 @ 13:58

    Che bello leggere il tuo racconto! Non vedo l’ora di scoprire tutte le cose che hai raccontato!

    Reply

    • Avatar Simona Warnerin
      10/09/2019 @ 16:09

      Ne sono felice, Guirri! Poi fammi sapere com’è andata! 🙂

      Reply

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